Gli uomini non devono piangere

scritto da Fresia
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Testo: Gli uomini non devono piangere
di Fresia

GLI UOMINI NON DEVONO PIANGERE

“Svegliati, Arturo, svegliati!”.
La voce di zio Giovanni risuonava ovattata nelle orecchie di quel ragazzino quattordicenne che ancora faticava ad aprire gli occhi.
Il sole, filtrando dalle fessure delle tapparelle, pareva preannunciare una bella giornata. Di lì a poco, però, Arturo avrebbe appreso una  notizia terribile: nel cuore della notte, suo padre li aveva lasciati per sempre. 

Si alzò inebetito, incredulo, senza proferire parola. Non voleva credere a ciò che aveva appena ascoltato, ma realizzò che nessuno avrebbe mentito o scherzato su una cosa del genere.
Sentì un nodo serrargli la gola. Avrebbe voluto urlare, ma non lo fece e lasciò semplicemente cadere qualche lacrima silenziosa che percepì fredda sul viso bollente.
Subito il suo pianto si scontrò con le parole dello zio. “Devi essere forte”, gli disse, “ora sei tu l’uomo di casa”. 
Con un profondo sospiro, Arturo trattenne le lacrime. Gli avevano sempre insegnato che gli uomini veri non piangono e non voleva apparire debole. In realtà, era appena stato caricato di una responsabilità più grande di lui, senza sapere che l’avrebbe segnato per sempre.
Erano passati alcuni giorni da quando il padre era stato ricoverato per un malore, ma era sempre stato una persona sana e tutto aveva fatto sperare che si sarebbe ripreso. Purtroppo, non era andata così.
Il resto della giornata trascorse in un' atmosfera quasi dell' irreale: parenti e amici che andavano e venivano, telefonate, frasi fatte, facce cupe e abbracci che non consolavano. 
Arturo avrebbe voluto vedere suo padre ancora volta, ma gli dissero che sarebbe stato meglio ricordarlo da vivo. 
Non poté neppure accompagnarlo nel suo ultimo viaggio, poiché gli venne chiesto di restare accanto al fratellino mentre la madre e la sorella maggiore partecipavano alla cerimonia funebre. 
Il ragazzo rimase a casa, chiuso nel proprio dolore, ormai consapevole di dover fare del proprio meglio per sopperire in famiglia alla mancanza del padre.

Nei mesi che seguirono, Arturo fece di tutto per scacciare la sofferenza, ma quell’assenza coinvolgeva ogni aspetto della sua vita, comprese le difficoltà pratiche che emergevano ogni giorno di più.
Se n’era andato troppo giovane il padre, per garantire alla moglie casalinga una pensione sufficiente per mantenere i figli. Si era rimboccata le maniche quella donna coraggiosa, accettando qualsiasi lavoro pur di tirare avanti dignitosamente, ma le ristrettezze economiche si facevano sentire non poco.
Il tempo passava, la disperazione iniziale aveva lasciato il posto ad un’ immensa tristezza e a un vuoto sempre più difficile da colmare.
Nel frattempo, la sorella si era sposata e le attenzioni della madre, in buona fede, andavano soprattutto al fratellino. Arturo era grande ormai e si era dimostrato e si dimostrava capace di sopportare tutto in silenzio, compresa la non facile situazione economica della famiglia che richiedeva molte rinunce da parte sua.
Quella frase che lo zio aveva pronunciato, dandogli la brutta notizia, cominciava ad avere un peso notevole nella sua vita. Lui era un uomo, doveva essere in grado di arrangiarsi e doveva essere forte e responsabile. Non che non fosse amato, ma si può chiedere tutto questo ad un ragazzino? 

Continuò a rimuovere il dolore Arturo, cacciò nel profondo anche i ricordi della sua infanzia per provare a non soffrire e, senza rendersene conto, cominciò a invecchiare dentro.
Apparentemente, viveva la propria vita come ogni altro ragazzo: la scuola, gli amici, gli amori giovanili, la musica, lo sport...
Tuttavia, pareva che ogni cosa buona gli procurasse solo una gioia momentanea, destinata inevitabilmente ad affievolirsi, proprio come era accaduto quando quel padre che amava lo aveva lasciato. 
Al tempo stesso, difficoltà e sofferenze venivano affrontate con una dignità eccessiva, con l'incapacità di lasciarsi andare. Non poteva mostrare a nessuno i propri disagi e le proprie fragilità, poiché una sorta di blocco interiore glielo impediva con forza.

Divenuto adulto, Arturo trovò un buon lavoro, sposò una donna che ricambiava completamente il suo amore, ebbe dei figli.
Divenne un ottimo compagno e un ottimo padre, sempre disponibile, comprensivo e affettuoso. Era felice con la famiglia che aveva creato, ma continuava a non gioire fino in fondo, perché anche nei momenti piacevoli e favorevoli, subito temeva che qualcosa potesse sopraggiungere a turbare quella positività. Inoltre, come da abitudine, di fronte alle inevitabili avversità della vita, Arturo difficilmente riusciva a far trapelare ciò che sentiva. Reprimeva le emozioni, apparendo quasi distaccato, mentre interiormente aveva l'inferno. 
"Gli uomini non devono piangere", gli era stato insegnato fin da bambino e quelle parole erano stampate dentro di lui.
Quel suo modo di essere finì per procurargli tanta frustrazione. Avrebbe voluto essere diverso, ma era difficile cambiare ciò che era stato  interiorizzato con intensità e che si era sedimentato nel corso degli anni.

A poco a poco, però, si rese conto che alla base del suo sentire e del suo vivere c'era soprattutto una grande rabbia che, probabilmente, troppo a lungo era rimasta sepolta. La rabbia per il prematuro abbandono del padre, vissuto quasi come una sorta di tradimento, per quelle continue richieste di essere forte e di nascondere i propri disagi quando avrebbe avuto tanto bisogno di dar sfogo al dolore. 
Arturo non sapeva se quella consapevolezza gli sarebbe stata d'aiuto, ma lo sperava ardentemente, contando anche sull'appoggio della sua famiglia.
Forse non avrebbe potuto cambiare del tutto, ma cominciò a percepire che il carico portato a lungo sulle spalle si faceva, lentamente, sempre meno pesante.


 

Gli uomini non devono piangere testo di Fresia
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